La tenera forza di Patrizia Uboldi

La carriera di un artista, le sue fonti intime e formali, i suoi percorsi, le direzioni e le relative divagazioni sono una sorta di cardiogramma che incarna e registra una vita intera, che, come tutte le vite autentiche, ha molto spesso un faticoso andamento sinusoidale. Nel caso di Patrizia Uboldi la sua storia di donna e di artista pare innervata su di una mite perseveranza del fare arte, del disegnare, del ricercare, di dare voce e immagine al proprio mondo interiore.

Ne è testimonianza la ricca raccolta di tele e soprattutto di carte conservate nella sua casa di Montorio. Questo è avvenuto attraverso gli anni, anni di studio all’accademia di Bologna, alla Kunstakademie di Düsseldorf e nella bottega di Emilio Vedova, faro dell’astrattismo veneto e non solo. Dopo un lungo percorso, oggi la pittura di Uboldi pare prendere invece una direzione anche figurativa, con una stesura delle storie calorosamente colorata e narrativa, tanto che in apparenza potrebbe esser iscritta nella facile e rassicurante formula dell’arte naïf. Invece le sue figure infantili, i colori forti e spesso primari, le composizioni artatamente piatte e le figure allineate sono la voluta scelta di un linguaggio che tende alla semplificazione formale e, pur essendo a prima vista assimilabile anche all’arte dei cosiddetti Outsider, se ne discosta innanzitutto nella consapevolezza della composizione, nella progettualità narrativa, nella “tenuta” finale della scena, spesso in delicato equilibrio tra estro e norma.

Così sono i disegni per il Cantare di Fiorio e Biancifiore edito da alba pratalia, un testo del tardo medioevo che racconta una tenera e avventurosa storia d’amore, una vicenda che si muove disinvoltamente tra delicatezza e violenza, come nelle fiabe dei fratelli Grimm. Si tratta di un amore perduto e ritrovato, attraverso vicende incredibili e per l’appunto favolose, che viene raccontato dalle illustrazioni di Patrizia Uboldi come nel teatro in piazza di un cantastorie: le immagini sono forti, chiare, luminose, piene di vita e sinottiche, riassumendo i vari momenti delle diverse azioni in “quadri” unitari. Proprio questo procedimento allude alla grande pittura gotica giottesca, ad una scena che si fa ieratica e definitiva nella sua immediata leggibilità, e la rende sottilmente extratemporale, cioè mitica. La lingua, per noi oggi a volte scabra, del racconto letterario si contrappunta con le scene esplicative, quasi da biblia pauperum, delle illustrazioni, che ricordano a tratti anche un bassorilievo di gusto romanico, ma coloratissimo, con i cieli perfetti, gli animali bellissimi, i costumi regali e cortesi delle dame e dei cavalieri: sono immagini primarie e raffinate che possono parlare magicamente ai grandi con il linguaggio apparentemente semplice dell’infanzia. Viene evocata e sviluppata in questi lavori anche una tradizione veronese di artisti illustratori che va da Štěpán Zavřel ad Andreina Robotti, predecessori e presenze il cui lascito però è quello di un clima narrativo piuttosto che di precisi aspetti formali.

Ecco allora la forza narrativa di queste opere, che è quella di dare voce con immediatezza ad un racconto letterario antico e attuale allo stesso tempo, toccando con forza delicata le corde dell’intimità e del sogno.

Francesco Bletzo